UN MODO EFFICACE PER PREVENIRE LA LARINGITE



venerdì 6 novembre 2009

Nudi artistici e compagnia

Attenzione. Batate all'eufemismo. Esso si nasconde dove meno ve l'aspettate e, zac! brillante illusionista, vi deforma la percezione della realtà lasciandovi come dei citrulli.

Il nudo artistico è un eufemismo. Aggiungere l'aggettivo 'artistico' è un modo di nobilitare la nudità. Parlano con una modella che ha fatto il calendario. Lei incalza: 'Ma il mio era un nudo artistico!'.

Nobilitare la nudità significa anteporre a questa nobilitazione uno stato di grossolanità, di volgarità, di bassezza. Perché ci sia un nudo artistico, bisogna che ci sia un nudo meno bello e che, nella scala di valori, all'ultimo posto si collochi il nudo pornografico.

Ovviamente, una donna le cui tette sono in primo piano, con una mano sulla pacca e una corona di peperoncini è più artistica di una donna che si trastulla davanti alla camera con la propria vagina. Un uomo i cui pettorali sono impreziositi da finte gocce di sudore è più artistico dell'accessorio che può seguire al suo voluminoso fallo.

Non che io capisca qualcosa di pornografia, ma se non sbaglio negli anni '20 uscì un romanzo di Lawrence, L'Amante di Lady Chatterly (e il titolo della prima stesura era molto più evocativo: Sir Thomas e Lady Jane), che fece scandalo. Pornografia pura. Sesso e nudità e liquidi umani spiattellati così, sulle pagine di un romanzo! Nabokov, per scialare e dare scandalo più di Lawrence, dovette inventarsi un'opera pedopornografica, Lolita. Se non mi sbaglio, questi due romanzi sono elencati nei programmi delle nostre Facoltà tra i capolavori della letteratura contemporanea. Sono artistici. E io, con alcune piccole riserve, condivido. (Per capire alcune mie riserve, dopo Lady Chatterly leggetevi Attraverso il tuo corpo di Bevilacqua).

Non mi ricordo che Lawrence e Nabokov si siano mai giustificati dicendo che il loro nudo era artistico. Forse perché sono uomini. Non so perché, ma se un uomo si fa fotografare col pisello di fuori, massimo massimo è un depravato (ma tanto è nella natura maschile essere depravato in questa gabbia culturale), mentre se lo fa una donna, deve spiegare a tutti se ritiene che la sua nudità sia artistica o no.

Più o meno, come chiedere ad uno sulla sedia a rotelle se si sente andicappato o disabile, ad uno che non ci vede se si sente cieco o non vedente, ad un uomo di 90 anni se si sente vecchio o anziano.

Da che mondo è mondo, un corpo nudo è un corpo nudo e basta. Anche dire che il nudo artistico è sempre esistito è una puttanata. Le opere classiche non ritraevano gente nuda per farsi seghe mentali sul significato nascosto della nudità: la loro arte era ricerca continua, loro capivano le forme del corpo e ne apprezzavano la bellezza. E credo che la apprezzassero in modo un po' diverso da come facciamo noi ritraendo queste donne in posizioni improbabili.

Non puoi dire che il tuo nudo è artistico. Lo sai benissimo che gli adolescenti lo appenderanno nella loro cameretta e ci si faranno le seghe. E non se le faranno certamente pensando all'abilità del fotografo, alla luce e al colore. Potresti anche essere una modella che conosce Jacobson, ma mi devi dire in una foto del tuo sedere in primo piano dove sta la funzione poetica.

Come se la bellezza fosse rivestire il nudo di questi fronzoli erotici per renderlo artistico. Ho passato il mio primo quarto di secolo a scoprire quotidianamente il contrario.

Poi accendo la tele, e sento gente intelligentissima e con ruoli importanti che cerca di propinarmi l'idea che esistano nudi diversi tra loro in principio, e non differenziati dalla perversione umana.

Lo so che forse non si è capito cosa volevo dire. La prossima volta che mi spoglierò prima di farmi la doccia, mi succhierò il dito indice mentre si scalda l'acqua per non apparirmi troppo volgare.
Ah! E se mai mi capitasse di fare un calendario, ricordatemi di farlo vestita: devo ricordare un po' al mondo che 'trasgressione' è il sostantivo del verbo 'trasgredire' e non vuol dire 'banalizzare la bellezza'. Morrei dalla voglia di vedere uomini andare in giuggiole pensando 'Mì, quanto è vestita quella!'.

L'agendina azzurra e altri racconti 2

Sospese in aria
le bolle di sapone
cieche traspaiono
(Ho scritto quest'haiku come incipit provvisorio del mio racconto sull'agendina azzurra, per il corso di scrittura creativa. Siccome si può staccare benissimo dal racconto... eccolo qui)

mercoledì 4 novembre 2009

... almeno credo

pensieri azzurri
come la neve cadono
nel mio giardino
i fiori aspetteranno
il disgelo per crescere

domenica 1 novembre 2009

the smell of sliced bread

Questa canzone ha compiuto da poco un anno, ma a me sembra che siano passati secoli.
La persona che mi ha aiutato a darle una musica e che l'ha portata con me in un pub di Saint Dunstans street aveva un odore che mi torna in mente ogni volta che sento altre canzoni come questa: odorava di pane, quel pane orribile che si vende in busta nei supermercati e che in Italia si chiama pan carré e si usa soltanto per fare le tartine. Non aveva mai un soldo in tasca, questa persona, e quando ne aveva li spendeva per i fumetti, per la musica, o per la birra, sicché andava in giro sempre con tagli di capelli improbabili, maglioncini pieni di pelucchi ed una giacca di pelle consunta. Aveva un aspetto orribile, ma per qualche motivo io gli volevo un casino di bene. Quando riuscivo a tirargli quegli abbracci dei quali avevo tanto bisogno quando ero tanto lontana da casa, potevo annusare quell'odore di sliced bread, che era l'unico alimento di cui si nutriva nei giorni in attesa che sua madre o suo padre gli mettessero qualche pound sulla carta. Io lavoravo come una dannata, invece. Mi faceva stare male ricevere soldi dai miei. Quando potevo, pur di stare in sua compagnia, gli preparavo la cena o gli offrivo una birra. Mi sembrava il minimo.
Poi, nella vita, non sempre ci si capisce, e noi ci siamo persi troppe volte in traduzione. Adesso non ci sentiamo più, ma oggi ho sentito questa canzone in una vecchia registrazione e mi sono ricordata che gli unici momenti in cui veramente non c'era niente da tradurre, erano i nostri 'tunes'.

a postcard, a kiss, and yet upset
a beer, a shag, and then regret
a one-way ticket, some promises, a bet
many miles later, again the clock is set

And after some months
again she unpacks
somewhere in the world
and winter it was
and winter's gonna be
another autumn is leaving its leaves
and what has been yesterday
once more cannot be

the card has expired
the clock didn't stop
that milk was 'best before'
and now you'll drink no more
some trains, when they go by
thy're never coming back
and why did he put off?
and what did she expect?

a postcard, a kiss, and yet upset
a beer, a shag, and then regret
a one-way ticket, some promises, a bet
many miles later, again the clock is set

And after some months
again they have a walk
about nothing they still talk
and where there was light
shadow's gonna fall
Another sun is going to sleep
and what has been ysterday
once more cannot be

the card has expired
the clock didn't stop
that milk was 'best before'
and now you'll drink no more
some trains, when they go by
thy're never coming back
and why did he put off?
and what did she expect?

a postcard, a kiss, and yet upset
a beer, a shag, and then regret
a one-way ticket, some promises, a bet
many miles later, again the clock is set

Un'altra cosa azzurra

Nel pubblico, in prima fila, c'era ***. All'origine, lei doveva fare Fiammetta, ma poi si è tirata indietro e ha mandato avanti me. Un giorno mi sono presentata da Enzo e gli ho detto che *** non c'era e se Fiammetta potevo farla io, ma non sapevo bene in cosa consistesse fare Fiammetta, perché non avevo ancora letto tutto il copione.
*** indossava un maglioncino e una pashmina azzurri. Accanto a lei era seduta sua sorella. Le luci si erano accese ed era finita la finzione, e appena il mio sguardo ha casualmente incontrato il suo, lei mi ha alzato un pollice in segno di approvazione. La prima cosa che ho notato, in realtà, è stato il pollice. Poi ho alzato lo sguardo di mezzo centimetro e ho visto il suo sorriso più sincero, quello che nasconde tanto spesso quando parla con la gente e che copre con un sorriso di circostanza, perché è diventata anche lei una abituata ad avere a che fare con gente di merda. Le ho sorriso anch'io e mi sono riempita di orgoglio, perché quel pollice in su da parte sua per me significa tantissimo.
Io di *** mi ricordo cose stupende. Entrare al teatro dell'Uni in ritardo e trovarla che si sta già esibendo. Aveva detto che aveva una particina e invece è la protagonista: tutti pendono dalle sue labbra e sembra che intorno a lei ci sia qualcosa di scintillante. Rimanere estasiati. Io poi, sono miope e astigmatica. Forse avevo le lentine quel giorno, che mi correggono solo la miopia e nemmeno bene. Fu fichissimo rendermi conto che quell'affascinante creatura vestita di rosso al centro del palcoscenico era proprio lei.

Lei! Lei mi ha raccontato una storia fichissima sulla prima volta che ha recitato. Mi rimbomba spesso in testa quella frase detta quella sera in macchina, nel parcheggio davanti al centro commerciale: 'Per la prima volta non ridevano di me, ma ridevano con me'.

Appena la gente ha cominciato a muoversi, me la sono ritrovata sul palco, vicino a me, che mi abbracciava e mi copriva di baci. Mi ci sono persa, è stato bellissimo, e l'ho sommersa di baci anch'io. Ho dimenticato tutte le incomprensioni, tutti i sorrisi di circostanza, e il fatto che in questo momento sappiamo molto poco l'una dell'altra, se non quelle poche cose essenziali che ci permettono di abbracciarci in questo modo. Ridevamo tutte e due. Poi è venuto ad abbracciarmi qualcun altro e quando mi sono voltata lei era scomparsa.

E' stata la serata degli abbracci. Anche Nicola, mentre passava di là sovrappensiero, ha fermato il suo sguardo su di me, mi ha preso e mi ha dato un bacio. Sembrava che ci volessimo tutti più bene.

giovedì 29 ottobre 2009

L'agendina azzurra e altri racconti

1. Scrittura Creativa
Sono stata alla mia prima lezione del corso di scrittura creativa, qualche giorno fa. Ci è stato assegnato un compito: "L'agendina aveva la copertina azzurra, intorno alla fermata non si vedeva nessuno. La dovevo prendere?".
Ho incominciato subito a pensarci su. Thriller, romanzo rosa, fantascienza, barzelletta, teatro dell'assurdo... fino ad ora, nulla mi sembra più vero di qualcosa di breve, sintetico, espressivo, autentico, come una di quelle poesiole pseudo-nipponiche che mi sto dilettando a scrivere di recente. Una di quelle poesiole in cui ognuno potrà leggere quel che gli pare, ma attraverso la quale io potrò mandare messaggi segreti che soltanto alcuni dei miei lettori capiranno, associandoli a cose che hanno visto con i loro occhi (fichi gli haiku!).
E quindi.

Sulla panchina
un'agendina azzurra
nessuno intorno
vorrei scoprirci tutti
i nostri sottotesti
2. Sydney Stanislavskij?
L'altra sera ho mandato un sms. Ero a tavola e, attraverso i gesti di un'altra persona, avevo rivissuto un momento di una settimana prima. Così, sul mio sms ho scritto più o meno questo: 'I fiori sulla tavola sono sempre gli stessi. Un'attrice li odora e si accorge che sono finti!'. Il messaggio di risposta è stato 'Sydney Stanislavskij?'. Ora, io sono una grande ignorante e, sorpresa! so poco o niente di Stanislavskij. Ad ogni modo, associando il poco che so alla storia dei fiori, ho intuito l'allusione e mi è venuta una tale voglia di pubblicare una cosa che avevo scritto qualche giorno fa e che mi ero tenuta per me, che dopo aver parlato dell'agendina azzurra devo assolutamente liberarmene.
Ecco:
Sono *** . Sono grafico pubblicitario, attore e insegnante. Vivo a Torino.
E' mattina. Sto camminando per strada. Piove. Le mie scarpe fanno ciak ciak sul marciapiede bagnato. Ho un alluce umido perché ho messo il piede in una pozzanghera. Certe volte cammino senza ombrello, perché mi piace quando mi cola l'acqua lungo il viso, soprattutto nello spazio ai lati del naso. Mi sento vagamente compiaciuto di esistere. Ricordo di essermi alzato, di essermi fatto un caffè e di essermi messo davanti al computer e di aver scritto qualcosa a Syd, che mi ha risposto e forse ci siamo capiti male, e insomma ho dovuto chiarire delle cose, perché lei se ne sta sulle sue e fa la diffidente ma scrive delle mail lunghissime quando ci si mette, e non credo che dopotutto lei abbia capito bene. Le donne sono complicate. Le inviti a Torino e loro subito mettono i puntini sulle i. Mentre penso questo, mi immagino un acrostico:
basta cantare ditirambi ellenici. forse greci. ho intravisto lenzuolate mattine nascere oziose per queitare ragionamenti senza trappole. una vera zavorra antelulcana.
Per mettere in ordine tutte le lettere, potevo finire sotto un autobus. Ma tanto vanno piano, perché piove.
L'acrostico della mia breve immedesimazione in qualcun altro è una citazione e non intendo appropriarmi dell'abilità di chi l'ha scritto.
Sono consapevole di fare strane cose con le parole.
Ecco. Adesso mi sento di nuovo perplessa.

mercoledì 28 ottobre 2009

Io odio

Approfitto di questo spazio (nato, tra l'altro, appositamente per questo) per tirare fuori la mia negatività, sebbene questo non mi farà passare la voglia di spaccare qualcosa.

Non avevo mai odiato un personaggio. Cioè, avevo fatto personaggi che non mi dicevano niente o che non mi piacevano e basta, ma odiare proprio no. Io odio il mio personaggio e me ne rendo conto a due giorni dalla prima. Io a Fiammetta le spaccherei la faccia. E non è nemmeno perché è un personaggio fatto malissimo (o almeno che non corrisponde ai miei gusti in fatto di etica), contraddittoria, sottilmente stronza, stupida, una specie di polpetta ipercalorica di vanità, stupidaggine e venialità, ma è per le cose che mi costringe a fare. Che in fondo, fanno anche ridere (sempre che veniate allo spettacolo di verdì sera). Ma vi posso assicurare che, se all'inizio facevano ridere anche me, da stasera non mi fanno ridere più. Nel senso che non mi fanno ridere dentro. Io faccio ridere gli altri facendo una cosa che non trovo assolutamente divertente. Questo spettacolo è di una tristezza disarmante.

I miei genitori non possono fare a meno di notare che qualcosa mi vela lo sguardo. E' talmente evidente che non possono smettere di farmi domande, e io non sopporto che mi si chiedano cose quando rispondere mi fa sentire come se stessi per prostituirmi. Certo, rispondo qui, ma è diverso, vi assicuro. Tanto più che i miei genitori non sanno un tubo di blog.
Cosa mi vela lo sguardo? Quelle fottutissime calze autoreggenti! Lo so che sono la prima a dire che tanto è come stare in costume da bagno ecc ecc, ma sono tutte balle! Quano sei in costume da bagno, di solito, c'è un mare di gente in costume intorno a te e lo scopo non è quello di mostrare la mercanzia. Inoltre, se sei in costume, ti si vede più o meno nella tua interezza e senza fronzoli, e sebbene io abbia delle belle gambe, fin quando si vedono tutte intere o vestite con qualcosa, è un conto, ma se sono vestite di quel vedo non vedo, io... io credo di diventare pazza! Quella striscia di due centimetri circa di spessore che lascia intravedere i miei glutei e parte delle gambe mi fa diventare pazza! E vogliamo parlare della sensazione che provi il momento immediatamente dopo, quando tutti gli occhi sono su di te e sai esattamente cosa stanno guardando?
Ma è pur sempre un personaggio e qualcuno deve pur farlo, e poi comunque mi diverte farlo, anche se la odio.

La odio perché, perché sì. Perché mi costringe ad affrontare delle cose di me che mi prudono. Quei lati oscuri della mia personalità che mi hanno sempre dato prurito, quelli che se li tocchi mi viene l'orticaria. La odio perché lei non ama veramente suo marito, ma soltanto la forma del matrimonio. La odio perché mi sembra evidente che è un'egocentrica del cazzo. La odio perché purtroppo scenderò da quel palco nei miei abiti normali e mi vedrò fare sguardi maliziosi che confonderanno me con il personaggio che ho interpretato.

E la odio anche perché mi fa venire in mente cose. Tipo che tutti i ragazzi con cui sono stata mi hanno sempre rinfacciato che io 'mi copro'. Forse negli ultimi anni mi copro meno di una volta, eppure, se lo scopo di scoprirsi è che tutti ti guardino come se fossi una bestia da soma, porca troia, mi preferisco con le mie pashmine intorno al collo e i miei golfini e se mi metto la minigonna è perché piace a me indossarla e non perché voglio che mi si guardi come una bestia da soma.
E mi fa venire in mente anche l'intimità. Lo so che è stupido perché è soltanto una commedia e non ci è voluto nemmeno chissà quale arco di scienza a fare questo personaggio, ma mi fa venire in mente la mia intimità e un mare di cose che nn vorrei vedere, sentire e rivivere mai, mai più. E' una sensazione come se, adesso, lascerei che la nonna mi tappasse le orecchie quando a tavola si fanno battute volgari.

Stasera e spesso ultimamente, io odio il mio corpo. Vorrei che avesse una cerniera che mi parte al centro della testa e mi finisce tra le gambe, per potermelo sfilare a mio piacimento e uscirne, veramente nuda, come sono io, senza le congetture della gente, senza le fissazioni, senza tutte le esperienze di merda che ci si attaccano sopra e mi fanno sentire certe volte come quei gabbiani con le piume imbrattate di petrolio. Però il corpo è l'unica cosa che ci protegge, l'unica cosa grazie alla quale siamo vivi, grazie alla quale esistiamo.

Questa serie di sensazioni orribili mi porta ad avere un brutto presentimento. Per questo, da quiggiù, lancio giocosamente uno stato di allarme. Se volete bene a questa fanciulla che blatera in continuazione, difendete il suo corpo. Datele una mano, perché lei ultimamente ha come la sensazione di essere sempre più indifesa. E più si fa una corazza, meno funziona, anzi. Bisogna fare qualcosa prima che dia di matto.

(PS. Sì, sto parlando di me, di me, di me... ebbene? E' o non è il MIO blog? Se avessi voluto far blaterare qualcun altro l'avrei intitolato BLAterA, non BLAterO)
(PPS. Dopo una prima pubblicazione mi sono riletta e mi sono resa conto che questo è lo sfogo pieno di contraddizioni di una persona esaurita e stanca e che non ha assolutamente nessun valore letterario. Soprattutto, mi sono resa conto che è una megagalattica sega mentale. Io sono sempre io, anche con quella roba addosso)