UN MODO EFFICACE PER PREVENIRE LA LARINGITE



martedì 8 dicembre 2009

Suinità Natalizie - Il complotto

Sempre facendo il verso all'influenza A (A di Aiuto!, A di Amergenza, A di Astensione dal contatto fisico: le coccole ci uccideranno tutti!).

E facendo anche il verso al tòrtano (tipico pane con sugna e cigoli - caserecci fiocchi croccanti fatti di grasso di maiale) che ho mangiato oggi con la bistecca e l'insalata, ovviamente scartando i cigoli che capitati sotto i denti mi hanno fatto una strana sensazione di, come dire... grasso.

Cercatevi Pinkstinks. E' un'associazione che sta lottando contro la pinkification del mondo e per un'educazione più giusta riguardo le differenze di genere. E può trarre in inganno il nome, perché non è il colore il problema, ma se leggete più a fondo, fino a scoprire che ci sono psicologi che sostengono che bambini e bambine preferiscono naturalmente l'azzurro o il rosa (?! ma serio?), capirete di cosa stanno parlando. Wikipedia informa, tra l'altro, che la tendenza fosse in versa tra gli anni '20 e gli anni '40: il rosa era ritenuto il colore più appropriato per i bambini, mentre l'azzurro lo era per le bambine. Vale la pena fare un complimento all'ignorante ma appassionata intuizione della suocera di una mia zia che, negli anni '60, dopo aver partorito il suo primogenito, fece appendere al balcone un'asciugamani arancione così che non si sapesse di che sesso era il bambino. Arancione per tutti! Non il sesso: le persone!!!

Stanno avendo molti guai quelli che fabbricano giocattoli. Un gruppo di ragazzini in Svezia ha denunciato una ditta perché sul catalogo si faceva una netta distinzione tra giocattoli per maschi e per femmine, che non rispecchia la realtà. E hanno ragione: perché scegliere tra il rosa e l'azzurro quando ci sono un mare di altri colori? Perché fare un mappamondo rosa??? E perché non farlo arancione??? Verde e blu non è abbastanza girlish?

Ma veniamo a me, che amo il rosa comunque (è pur sempre il colore dei tramonti, insieme all'arancione. E poi mi dona!). Oggi ho fatto l'albero di Natale (due anni che non lo facevo). L'ho fatto da sola, con mamma che stesa sul divano dava disposizioni e io che sentivo questo suo non alzarsi ed agire ma criticare in continuazione un modo di farmi sentire andicappata anche sulle basi dell'illuminotecnica natalizia... Insomma, sono delle lucette. E' un albero. E non è l'albero. E' un modo per fare qualcosa insieme! Almeno, da bambina credevo di aver capito questo.

A tavola ho chiesto chi l'avrebbe fatto con me. Mio fratello, che tra l'altro sapeva che rimanere significava anche lavare i piatti (cosa che gli secca fare, visto che fino a un mese fa era cresciuto con la convinzione che fosse una mansione della sorella femmina), e che non ha capito un cazzo della vita (scusate se sono ipercritica, ma mi girano i coglioni che non ho), si è alzato dicendo che aveva da fare. Quando gli abbiamo chiesto cosa aveva da fare, ha detto che doveva venire a raccogliere i piselli su Farmville. Mio padre, invece, doveva davvero fare qualcosa nell'orto (nell'orto vero, ovviamente).

Così ho fatto l'albero da sola, ma il presepe non ancora. Mi secca farlo da sola. Ma che è Natale solo per me? E' solo la sete di scartare un regalo? Di ingozzarsi di strufoli e di salatissimo e indigestibile baccalà fritto? Non è invece la voglia di scegliere un regalo a qualcuno per farlo contento, di giocare insieme a tombola e sette e mezzo, di preparare gli strufoli e riunirsi per le solite vecchie tradizioni e rispettare ad esempio anche quella del baccalà fritto e salatissimo, che siccome è una tradizione carina, tutto sommato, non ho mai detto a nessuno che non mi piace affatto?

Natale 2009. Il complotto.

Qualcuno ha messo in giro la voce che il mondo finirà (o succederà un qualsiasi cataclisma) a causa di un'influenza normalissima. Si proibisce ai bambini di baciarsi, si lanciano direttive precise in merito all'astensione dal contatto fisico. Che culo. Non vi mettete il preservativo, ve la fate con i trans pur essendo sposati, vi regalate le escort per Natale e poi, per paura di un'influenzuccia del cavolo, mettete la gente nel panico e proponete di evitare i baci? Dio benedica i baci. In verità vi dico, baciatevi! Con la lingua, senza, sulla bocca, sulla fronte, sulle guance, fate naso e nasino, baciatevi i capelli le orecchie il collo le spalle sì baciatevi dappertutto! I baci fanno bene! Porca miseria!

Il governo o qualcuno di molto importante (ho un master in Relazioni Internazionali con la sufficienza: ormai ho capito che il mio cervello si rifiuta di capire la meccanizzazione della crudeltà su vasta scala) ha fatto in modo che tutti fossero obbligati, pur pagando già un canone, a comprare il decoder per il digitale terrestre, a meno di non vedere più la TV. Decoder che non funziona come dovrebbe a meno di chiamare un tecnico. Decoder che va applicato ad ogni singola TV. Una casa con tre TV, tre decoder, numerose visite del tecnico. Quelli che producono decoder sono sicuramente parenti di quelli della Novartis. In più, questo geniale governo o qualsiasi cosa sia, ha dimenticato (ops!) di uniformare tutte le antenne, impianti, o che cavolo sono, che ci permettono di ricevere il segnale, al sistema del digitale terrestre. Sicché, anche se il tuo decoder funziona, nessuno nel vicinato vede più la TV! La prossima volta che passa il tipo basso pingue e pelato con il suo vestito della domenica a chiedere se noi pagniamo il canone, gli spacco il decoder in testa! E non perché ami la TV! Per questione di principio! Non si fanno queste cose!

Qualcuno mi sta dolcemente prendendo per il culo, forse. Ma forse no. Ma forse sì. E sti cazzi. Io voglio bene anche a chi mi prende per il culo. Certo, preferirei essere avvisata. 

L'albero l'ho fatto da sola, almeno non ho litigato con nessuno, anche se adesso a guardarlo mi viene quasi male pensando che mia madre ha già predetto le enormi difficoltà che avrà a srotolare la lunga collana che ci ho messo intorno... (come quella volta che ho lasciato il mio fidanzato ufficiale e mi ha detto: non preoccuparti, la ruota gira! e io ho avuto inculature per due anni). Perché fa così? Perché per i genitori ogni cosa che fai deve avere qualcosa di negativo nell'esito?

E' così. Il resto del mondo non capisce una mazza. Io capisco tutto, ovviamente. E' in atto una forte crisi di valori, ma io sono immune. Il mondo è una merda salvo me. Eccetera eccetera. Inutile scartare i cigoli dal tòrtano.

sabato 5 dicembre 2009

To and Fro

About three years ago I started writing this song and Neil made up a melody. A couple of years ago I finished the lyrics and sent them by e-mail. Neil felt inspired, too, and sent me back the new song in a couple of days. Once I wrote this song. Someone felt it deeply and turned it into music. Believe me, it was much better live in a pub with our two voices than in this crap record. However, this is for me now and for all those who are far from home, who are about to leave for a while or forever, who long to be in another place and don't feel at ease... (This song is epic!!!)


giovedì 3 dicembre 2009

il mio viaggio nel cassetto



In un cassetto mentale che ho aperto guardando l'atlante per mostrare i miei genitori il luogo in cui potrei essere tra un mese circa (o non potrei, ma... chi lo sa?).

Parto da Rostov sul Don. Con uno stipendio misero per un italiano, ma che secondo alcuni calcoli lì dovrebbe permettermi di vivere molto dignitosamente.

Parlo fluentemente in russo, finalmente, e sono in grado di prenotarmi viaggi su viaggi da sola. Con i risparmi di mesi di lavoro, prendo la nave e mi reco ad Istanbul per fare visita a Yonca, la mia compagna di stanza di San Pietroburgo. Ma è solo curiosità.

Poi incomincia il viaggio vero, quello del cambiamento, del ritorno, dei cerchi che si chiudono. Torno a Rostov e da Rostov vado a Mosca, o prendo direttamente un volo per Mosca (certo, se vinco alla lotteria). Da lì, TRANSIBERIANA!!! Il sogno dei sogni.



Mosca, Niznij Novgorod, Kirov, Perm', Ekaterinburg, Tjumen', Omsk, Novosibirsk, Krasnojarsk, Irkutsk, Ulan Udè, Cita, Skovorodino, Chabarovsk, Ussurijsk, Vladivostok.



16 stazioni. 1 mese di viaggio, forse due. Tanta gente lungo il cammino. Chiacchierarci, le loro storie, prendersi un tè, sfuggire ai rapinatori, fare foto, scoprire posti e tradizioni... che pacchia!

Da Vladivostok... breve variazione di percorso: oggi mi gira di fermarmi a Sachalin, isola contesa col Giappone, sulla quale si trovava uno dei maggiori campi di lavori forzati del periodo Staliniano (l'unica cosa che ricordo di Shalamov, studiato per letteratura russa del terzo anno). E sarà vero che lì la gente parla soltanto in russo? Che russo parleranno? Che facce avranno? Cosa mangeranno? Come saranno le loro chiese? Ma via dai ghiacci di Sachalin verso la grande Tokyo!


Finalmente, a farmi abbuffare di sushi dalla mia Natsuko, che ho visto l'ultima volta 4 anni fa, quando ha tirato fuori la testa dal bagno in cui Yumi stava vomitando per dirmi, per la prima volta dopo tanti mesi: 'I love you!'. Mi ricordo ancora la sua voce in mezzo a tutte quelle voci e i suoi capelli neri e gli occhi come mandorle e il suo sorriso e quanto era dolce e quante cose mi ha insegnato! Sì, e poi vorrei andare a Kyoto, ché lei me ne parlava sempre così bene, e poi in quel posto dove c'è un parco dove c'è un monumento a forma di bomba atomica sotto il quale per tradizione i bambini appendono collane di origami, e vorrei appenderci la mia collana anch'io. E poi vorrei salutare Natsuko, perché c'è qualcun altro che voglio incontrare, e lei capirà. Sì, perché lei scrive nelle sue lettere degli autunni di Tokyo e dei fiori di ciliegio e di avermi incontrato su qualche poster nella metropolitana quando va a lavorare. E io non l'ho mai dimenticata.


Così salirei di nuovo su, da Vladivostok fino allo stretto di Bering, e attraverserei l'Alaska e il Canada e arriverei negli USA e lì, lì non lo so bene. Piccola variazione di percorso? Volare giù in Texas da Francesca che insegna italiano lì e vedere come l'hanno sistemata nella casa con piscina. E poi risalire, alla ricerca di un tramonto rosa e di un sorriso che ho visto già.


(che fervida immaginazione!!!)

martedì 1 dicembre 2009

ricordo russo

Scendo dalla metrò (in russo si chiama 'metrò'), non ricordo quale. Non riesco più a ricordare i nomi delle metrò di Piter, a parte la Primorskaja che era vicina alla dom studenta e a un'altra che credo si chiamasse Dvortsovaja Ploshad' e, sì, quella lì strafica, Gostinyj Dvor (grande centro commerciale dove non ho mai comprato nulla, ovviamente).
Beh, ricordo che è nella zona di casa mia, sull'isola Vasil'jevskij. L'isola Vasil'jevskij è in culo a San Pietroburgo. E' collegata alla città da due ponti e, come il resto dei quartieri, ma questa in particolar modo, è isolata dall'1-2 alle 6 del mattino circa, quando i ponti sono aperti per far passare le mercantili del legno. Io una volta stavo per passare la notte per strada, senza sapere dove andare. La metrò chiude alle 23,30, ma noi giovani teste di cazzo volevamo fare un po' più tardi e passammo la serata a cazzeggiare in un Dom Blyn (Blyny?! ma era maschile o femminile?), in cui Natasha finalmente si sbloccò e cominciò a sfoderare tutta la grammatica che aveva accumulato passivamente per spiegare a quella della cassa che lei il Blyn alla banana l'aveva pagato ed erano loro che non gliel'avevano portato. Usciti dalla Dom Blyn, con molta calma cercammo un taxi, che ovviamente non passava. Beh, a parte quelli costosi, e a parte quelle Limousine che sfrecciavano sulla Prospettiva Nevskij suonando il clacson e dai tetti delle quali spuntavano biondone con la pancia di fuori che urlavano come matte. Si fece l'1. Un tipo con una fuoriserie sgangherata si ferma e ci dice che ci porta alla Vasil'jevskij per circa 30 rubli, se non ricordo male. Ma noi siamo in 6 circa e nella scassarola non ci entriamo. Però siamo solidali. O tutte o nessuna. Nessuna di noi vuole lasciare le compagne a battere la Nevskij tutta la notte. Il tipo ci fa salire e, siccome sono piccina, mi dice di nascondermi bene stendendomi sulle altre, ché se la polizia ci vede ci fa fritti. Insomma, io in una posizione improbabile in una fuoriserie russa che sfreccia per Piter, mentre improvvisamente i ponti cominciano ad alzarsi e noi le vediamo dalla macchina, e il semaforo di quel ponte si è appena acceso e il tipo attraversa lo stesso, e io penso che mi verrà un infarto, ma lui sa il fatto suo e così ci riporta a casa... E comunque, quello lì non era mica un tassista.
Ma rieccomi alla metrò. Attraverso la piazza. Arrivo sulla strada. C'è un Mac e all'angolo laggiù un negozio di verdure che mi piace tanto, perché le tiene tutte esposte fuori e sono coloratissime. Vedo lungo la strada sfrecciare una marshrutka che forse potrebbe portarmi alla dom studenta. Attraverso di corsa e il semaforo diventa rosso, così posso avvicinarmi al finestrino e parlare all'autista. Gli domando se passa per quella strada (adesso ricordo solo che la strada aveva il nome di un calciatore). Mi dice di sì, e io salgo su. Voglio pagare i miei 10 rubli, ma mi dice di aspettare. E' un bel ragazzo. Non è biondo. Ha i capelli scuri e gli occhi verdi, la pelle olivastra e... un dente d'oro. Lo noto perché, a parte l'inquietante dente, ha un bel sorriso. Mi insomincia a riempire di domande. Vuole sapere se sono turista, da dove vengo (mi dice che le donne italiane sono bellissime, mi parla di Gina Lollobrigida, mi domanda notizie del saluto fascista e devo comunicargli che è caduto in disuso), cosa studio, perché sono a Piter (volete diventare traduttrice?, gli dico che mi piacerebbe fare l'insegnante). Mi dice che parlo bene in russo. Io gli dico 'ne pravda', 'non è vero'. Lui dice che invece sì. Io gli dico che potrei parlare molto meglio di così, che non mi basta dirgli quelle quattro cose e che non capisco tutto. 'Beh, però capisci me', mi fa. 'Certo, almeno so come tornare a casa', penso. Il semaforo nel frattempo è diventato verde, ma lui ha accostato e abbiamo continuato a chiacchierare per una ventina di minuti. Io ho ingenuamente pensato che avesse accostato in attesa di altri passeggeri, per non fare la corsa soltanto con i miei 10 rubli. E poi sono così felice di parlare in russo con qualcuno fuori scuola, e l'opinione che il tipo ha delle donne italiane (la stessa che gli italiani hanno delle donne russe), mi affascina talmente tanto che voglio restare ad ascoltare. Mi racconta anche di aver visto La Piovra. Nemmeno io l'ho ancora visto.
A un certo punto, passa un'altra marshrutka. Il semaforo è di nuovo rosso. L'autista abbassa il finestrino e chiede al suo collega se va nella strada dove abito io. L'altro dice di sì e guarda incuriosito dalla mia parte. L'autista col dente d'oro gli chiede di accompagnarmi a casa. Poi si volta verso di me e mi dice di salire su quella marshrutka. 'Ma io pensavo che voi andaste...', gli dico, e lui mi sorride e mi fa: 'Io volevo soltanto chiacchierare un po' con voi'. Sono scioccata. Sorrido come una cretina e ringrazio, e siccome io sono fidanzata e non so come comportarmi, anche se avrei proprio voglia di continuare a parlare in russo con il tipo, mi dimentico di chiedergli il numero per andarci a prendere un caffè o per andare in un museo, e l'unica cosa che riesco a dire dopo che mi ha fatto una quantità di complimenti sui miei occhi e sui miei capelli è 'Dasvidanija'. Lui mi dice lo stesso, aggiunge che spera di incontrarmi ancora e mi saluta dal vetro. E di tutto un mese in Russia io mi ricordo sempre molto volentieri di essere stata 20 minuti a chiacchierare con un autista di marshrutka che non ho mai più rivisto, che più mi faceva domande, più mi veniva voglia di impegnarmi a parlare bene affinché mi capisse.
Che bella la Russia.

lunedì 30 novembre 2009

attimo di perplessità












Ho fatto una scelta, una volta. Ho lasciato la via vecchia per la nuova (che si sa che si perde ma non si sa che si trova). E ho perso. E ho trovato pure.
Ho perso una cosa alla quale spesso penso con nostalgia, sebbene mi facesse ormai cagare, e sebbene sia consapevole del fatto che, se l'avessi adesso, non sarebbe quello che vorrei. E' la nostalgia rompicoglioni del coccodrillo che piange. Ricordo con piacere di aver vissuto una favola, ma poi mi vengono in mente i dettagli terreni e come io non avessi più niente da metterci in questa favola.
Ho trovato un mondo intero. Sono rinata. Molte inculature. Molte sofferenze. E' stata dura e spesso lo è ancora. E mi dico spesso che è meglio che sia dura ma allegra, colorata, piena di desideri e di sogni, libera, che tranquilla e serena, liscia come l'olio, ma insoddisfatta, insofferente, chiusa in una gabbietta dorata che l'oro nemmeno mi piace.
Però ci penso.
E quando prima di rimettermi a studiare russo dopo troppi giorni che sono in giro a fare l'attrice e trascuro la studentessa, mi viene in mente che mi si è appena affacciata una nuova opportunità di fare la valigia, beh... ci penso ancora di più. Oltre quel confine, quello che sogno da tempo. Qui, le cose che mi sono appena conquistata. Lì, nuove possibilità. Qui, altre. Qui, le stanze di casa mia e l'odore della sciarpa di Marina e della macchina di Grace e dell'uni alle 6 del pomeriggio e del sugo di mamma la domenica. Lì, boh.
Io poi avevo deciso di non fare la valigia per un po'. Perché non riesco mai a decidere niente che non sia decidere di prendere o non prendere una strada decisa dal caso? (Tolstoj docet)
Mi sto fasciando la testa prima di cadere, perché la caduta non è nemmeno stata ancora annunciata.
Ma comunque.

***

Facevo l'ennesima ricerca sul luogo che suscita la mia preplessità. Non che non sapessi certe cose, ma quando scorri giù e vedi che è praticamente un mercato internazionale (non che non lo sapessi già), insomma, ti viene da pensare. http://www.wwpromote.com/tour/rostov-na-donu/

E no, no, nel mio caso io non sarei una sposa in vendita, né una commerciante di spose.

mercoledì 25 novembre 2009

lipogramma in a

in un luogo di troppo mi estendo
occupo troppo poco mondo
eppure è sufficiente per esistere
eppure sto in un nuovo posto
che non ho visto più
e di nuovo non potrei
e vorrei in certi momenti, dove sei tu
per vedere come sei come non sono io
e sotto il soffitto incollo il desiderio
di non morire più
per poter dormire un po'
e fendere sempre il cielo
sulle nuvole, come dici tu.
come voglio io.


Una cosa che mi sento di dire sui lipogrammi.
Quando ho letto per la prima volta la parola 'lipogramma' ho pensato che avesse a che fare con la ciccia. Lipidi, liposuzione, liposolubile, lipogramma... Poi ho letto il lipogramma in questione e mi sono detta che no, se non volevo forzare, non c'erano nessi con la ciccia. Così ho trovato su wikipedia e ho scoperto che in questo contesto lipo- è il contrario di tauto-, dove tauto- vuol dire che c'è tutto quanto indicato nel titolo, mentre lipo- vuol dire che quella cosa manca. Insomma, il lipogramma non ha a che fare con la ciccia, ma è comunque una poesia che si è messa a dieta e, per farlo, avrà avuto un motivo. E infatti, a provare a scriverne uno, quasi viene fame.

lunedì 23 novembre 2009

Il Nome della Cosa

Stamattina aspettavo il mio turno alla ASL e ne approfittavo per portarmi avanti con La Prospettiva Nevskij di Gogol' (non Gogòl, bensì Gògol' - il suono /l/ si avvicina al punto del suono /gli/ in italiano), ché se lo conosco bene in italiano avrò molta meno difficoltà a leggerlo in russo e a trovare tutte le ricorrenze indicate da Toporov (non badate, roba che mi chiederanno all'esame). Questo mio leggere, per inciso, mi stava costando il turno. Una donna stava deliberatamente passandomi davanti sebbene lei avesse il 96 e io il 95. Alzo lo sguardo e le faccio: 'Signora, scusate, che numero avete?'. 'Il 96', fa lei. 'Io ho il 95'. Lei: 'Ah, beh, io vedevo che leggevate, quindi ho pensato che non eravate in fila...'. Ma come? E io tra tanti posti, giustamente, mi sceglievo l'atrio della ASL per studiarmi Gogol'!!! Comunque ho notato che la signora era di fretta e siccome il mio problema non era tanto chi ci fosse per primo, ma far notare a queste persone che la fanciulla immersa nella lettura di un classico russo stava aspettando il suo turno proprio come loro (e quindi che non facessero gli stronzi e la lasciassero arrivare alla fine del racconto senza aver preso alcun appuntamento), le ho detto che se aveva fretta potevo benissimo entrare io al 96 e darle la precedenza. Cosa che ha destato l'attenzione di un signore che, vedendo che dopo questa mia battuta me ne sono tornata con la testa nel mio libro, appena ha incontrato il mio sguardo che controllava il monitor con i numerini, mi fa: 'Siete la prossima, se vi volete accomodare...'. Accomodarsi significa alzare il culo dalla sedia e mettermi in piedi davanti alla porta, quando potrei semplicemente alzarmi ed entrare nell'ufficio quando viene chiamato il mio numero. Non è per pigrizia, ma sto leggendo un libro. Comunque, per evitare che qualcun altro mi passasse avanti e che restassi lì tutta la mattinata, mi sono 'accomodata'. Questo mio accomodarmi, con contorno della frase del signore e della mia battuta verso la signora, mi ha fatto venire in mente certe lezioni di pragmatica e certi concetti di Austin e Grice. A dimostrazione che non sono su questo pianeta.
E infatti mi sono persa.

Dicevo che stavo leggendo La Prospettiva Nevskij, e ho avuto un'illuminazione. Ho improvvisamente capito per quale preciso motivo avevo difficoltà a capire cosa ci fosse da capire in questa roba russa quando ero al primo anno. E' presto detto: l'ironia dello scrittore russo è troppo sottile per un lettore che della Russia non sa ancora niente. Sicché, se sei un lettore abituato alle solite cose, certi giochetti ti passano inosservati. Se invece passa un po' e ti abitui a sorbirti ste cose e a cercare di capire cosa vogliono dire, e magari ti fai un bel viaggio e passi proprio con i tuoi piedi sulla Prospettiva Nevskij (il corso di Pietroburgo, il corso più lungo d'Europa - circa 4 volte il corso di Napoli, del quale non ricordo nemmeno il nome), incominci a cogliere che in una piccola stronzata c'era la grandezza che la tua prof. aveva cercato di inculcarti con pagine e pagine di appunti e libri ampollosi. Ecco come lo scrittore russo ottocentesco, politicamente corretto e ancorato ad antichi valori morali, ti risucchia in una barocca perifrasi che gli fa riempire quasi un'intera pagina per dirti una cosa normalissima, mostrandoti però tutte le particolarità del suo tempo. Devo ancora capire, comunque, se è un suo vezzo (scrittore vanitoso com'era Gogol') o se ha a che fare con quella descrizione del nudo di Nastas'ja (coperto dal lenzuolo) e della biancheria di seta per la stanza di Dostoevskij, dalla quale si evince che il delitto è avvenuto in una circostanza che l'autore riesce a censurare abilmente. Boh.

Cito:
Dio, dov'era capitato? Dapprima non volle crederci e cominciò ad osservare più attentamente gli oggetti che riempivano la camera; ma le nude pareti e le finestre senza tendine non indicavano in alcun modo la presenza di un'ordinata padrona di casa; le facce sciupate di quelle misere creature, una delle quali stava seduta quasi sotto il suo naso e lo guardava con l'imperturbabilità con cui si guarda una macchia su un vestito altrui, tutto questo lo persuase che era capitato nel repugnante asilo dove ha dimora la triste dissolutezza generata da un'educazione sbagliata e dal terribile affollamento della capitale. L'asilo in cui l'uomo calpesta e deride in modo sacrilego tutto ciò che è puro e santo, che rende bella la vita; dove la donna, questa bellezza del mondo, questa corona della creazione, si trasforma in essere strano e ambiguo, e insieme con la purezza dell'anima, essa perde tutto ciò che è femminile, assimila in maniera repugnante i modi e le villanie dell'uomo e cessa ormai d'essere una debole creatura, così meravigliosa e così diversa da noi.

Riprendo fiato. Con parole mie: '... le facce sciupate di quelle misere creature, una delle quali stava seduta quasi sotto il suo naso e lo guardava con l'imperturbabilità di chi guarda una macchia su un vestito altrui, tutto questo lo convinse che era capitato in un bordello (il nome della cosa, appunto)'.
Ora io vorrei dargli una sediata in testa, perché faceva prima a dire come ho detto io, però allo stesso tempo devo rendergli merito, perché con i suoi modi diplomatici lui ci informa che, nel tempo e nel luogo in cui scrive il racconto:
· la capitale (Pietroburgo) è affollata;
· il sesso è considerato una cosa sacra;
· la donna è considerata una 'cosa' più elevata dell'uomo;
· il sesso è una priorità dell'uomo;
· la donna è una creatura debole e se usa il sesso per avere qualcosa in cambio acquista una forza che non le è propria;
· il narratario (il lettore ideale, che non sono io) è un uomo.

Può darsi che dicendo 'diversa da noi' Gogol' stesse usando un pluralis majestatis (correggetemi pure il latino, l'ho rimosso), rivendicando quell'individualità dell'autore che fino al secolo prima non era appartenuta alla letteratura russa. Io, comunque, non posso fare a meno di vederci la funzione fatica di Jacobson, quella del controllo del canale. Gogol' non poteva essere così scemo da sciorinare la sua perversione all'intera Pietroburgo, dicendo 'diversa da noi', cioè 'io sono un maiale'. Credo che lui stesse dicendo semplicemente che la donna e bla bla bla è diversa da noi, io che scrivo e tu, mio complice, che ti lasci accompagnare da me per il Nevskij Prospekt. E questo mi dice che forse molte donne non sapevano leggere, perché, per quanto ne so io, i giornali Arabeski e Russkij Vestnik erano abbastanza letti. O comunque, se leggevano, facevano comunque qualcosa di lusso, di extra, il che non impediva a Gogol' di continuare ad avere un narratario esclusivamente maschio con il quale parlare di bordelli censurandosi giusto quel tanto per non offendere le orecchie delle fanciulle di buona famiglia.
No. Non sono su questo pianeta.
Adesso, prof, mi tratti bene all'esame... la pappardella a memoria non la so, ma un ragionamento almeno lo riesco a fare... non è questo quello che conta? uffi